Adeguamento aziendale e obiettivi condivisi con la filiera produttiva

Adeguamento aziendale e obiettivi condivisi con la filiera produttiva

Politiche aziendali sostenibili e un’adeguata comunicazione d’impresa sono i nuovi paradigmi del mercato internazionale. Un’impresa che non investe in questi settori rischia di venire marginalizzata nella trattative. Ma puntare sulla sola immagine non è più sufficiente per ottenere risultati nel lungo periodo.

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I temi legati alla sostenibilità o Esg (Environment, Social, Governance) oggi più che mai stanno entrando nel linguaggio aziendale, seguendo la spinta dettata dal mercato internazionale che impone delle regole – talvolta non scritte – da seguire per soddisfare le richieste pervenute dagli stakeholder nei tavoli di concertazione. In sostanza l’impresa che non si adegua al “nuovo sistema di gestione e controllo per il corretto impiego delle risorse”, corre il rischio di essere marginalizzata nelle trattative, non solo per il prezzo del bene in sé, quanto invece per gli impatti che lo stesso determina sull’ambiente durante tutte le fasi di processo e di prodotto.

Schemi di questo genere sono infatti i caposaldi dell’Agenda 2030 che gli imprenditori stanno imparando a conoscere giorno dopo giorno al fine di restituire alla collettività dei servizi e degli investimenti che possano aumentare la qualità della vita a livello globale e limitare i danni imputabili al depauperamento delle risorse impiegate nei vari cicli produttivi.

Oltretutto, i principi di centralità della persona, inclusione ed equità, attenzione agli effetti delle proprie scelte con particolare riguardo alle generazioni future, per decenni hanno faticato a tradursi nella pratica economica e finanziaria, ma oggi stanno prendendo forma attraverso investimenti mirati ben visti dai creditori e dai consumatori.

Le tre "P" della sostenibilità

Riprendendo la teoria della Triple Bottom Line elaborata da John Elkington, è possibile affermare che una qualsiasi organizzazione, per generare risultati e avere un vantaggio competitivo nel medio periodo, deve impostare la propria strategia d’impresa “mixando” tre variabili, le cosiddette 3 “P”: Profitto, Pianeta e Persone. Le 3 “P”, una volta che saranno ancorate al core business dell’azienda, saranno in grado di generare il successo dell’organizzazione nel breve periodo.

Sono queste 3 “P” a formare il triangolo del Business, secondo il quale non ci può essere futuro senza un profitto aziendale che dia liquidità all’azienda per i giusti investimenti; non è più possibile fare impresa senza avere un approccio olistico del Pianeta e dei relativi danni ambientali che si arrecano con l’impronta del carbonio e dell’acqua; è necessario ascoltare e dare voce alle risorse umane che intervengono a qualsiasi livello nel processo produttivo garantendogli la sicurezza e la stabilità nel tempo.

In poche parole, le 3 “P” riprendono il concetto di sostenibilità secondo il quale, citando Robert Baden-Powell, “noi non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e a loro dobbiamo restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato”.

L'era della reputazione d'impresa

Abbiamo ormai varcato la soglia dell’era della reputazione, dove la sola immagine non è più sufficiente ad imporsi sul mercato e scontare i maggiori profitti, pertanto chi commette l’errore di puntare solo ed esclusivamente sull’estetica fine a se stessa, di certo non potrà godere di risultati apprezzabili nel lungo periodo. Ben si sa che si viene ricordati nel tempo per ciò che si sbaglia, non per ciò che si azzecca. In sostanza la reputazione d’impresa, alla stregua di altri settori, necessita di una vita per guadagnarsela e un minuto per perderla con danni economici inimmaginabili e perlopiù non sanabili nel tempo.

Per estremizzare, basti pensare a certe aziende ben strutturate sul mercato che vantano decenni di attività senza mai aver avuto problemi di sorta con gli Enti preposti al controllo e alle ispezioni, ma che per una svista di approvvigionamento dal fornitore sbagliato si trovano catapultate nel tritacarne mediatico alimentato da concorrenti e consumatori che pur di accaparrarsi quella fetta di mercato farebbero di tutto. Uscire da una situazione del genere, dopo aver incassato il duro colpo, è stremante e talvolta molto lungo, tanto da costringere le aziende a cambiare marchio o in casi limite a cedere l’attività.

Quindi gli imprenditori sono i primi ad avere l’obbligo di credere che gli investimenti e le operazioni avviate non sono solo una mera campagna di marketing, mascherata malamente da una forma di greenwashing, in quanto a far cadere il sipario sono ormai gli stessi consumatori, ben informati e istruiti nel leggere le etichette e comprendere i bilanci non finanziari depositati dalle aziende per rendicontare la propria sostenibilità.

Comunicare in modo corretto

Per i motivi sopra riportati, è importate avviare una fase di interlocuzione con tutti gli attori della filiera produttiva, così da dare seguito ai problemi reali e alle voci più marginali che molto spesso vivono di riflesso le crisi di mercato imputabili alla gestione poco attenta delle risorse.

Per fare questo è fondamentale impostare una campagna di sensibilizzazione e comunicazione, affidandosi a dei professionisti/consulenti che sposano la causa aziendale e intervengono in modo mirato per allineare i processi produttivi agli standard di business internazionale per differenziare la propria offerta e riposizionarsi su un mercato sempre più dinamico.

A cura del Centro studi Ransomtax

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