Start-up innovative alla prova: chi resta e chi rischia la cancellazione
Una nuova stagione si apre per le start-up innovative italiane. Con la circolare del 29 luglio 2025, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha messo in pratica le novità introdotte dalla legge annuale sulla concorrenza 2023, ridisegnando i criteri di iscrizione e permanenza nella sezione speciale del Registro delle imprese.
Dietro le righe della burocrazia, il messaggio è chiaro: i benefici riservati alle start-up non sono più accessibili a chiunque, ma vanno “guadagnati” dimostrando investimenti in ricerca, tecnologia e crescita sostenibile.
Cosa cambia nella definizione di start-up innovativa
La prima stretta riguarda l’identità stessa delle start-up: solo le imprese che rientrano tra le Pmi, secondo la definizione europea, potranno fregiarsi dello status speciale.Gli Uffici competenti saranno tenuti a verificare che la startup rientri nella definizione di Pmi in base alla Raccomandazione 2003/361/CE. Per dichiarare questo requisito la startup deve tenere conto non solo delle imprese che la controllano e che sono ad essa ‘collegate’ ma anche delle imprese che la controllano e che sono ad essa solo ‘associate’ in base all’articolo 3 comma 2 dell’Allegato alla Raccomandazione.
La circolare Mimit del 29 luglio 2025 precisa che le start-up associate/collegate/controllate da grandi imprese non potranno essere ritenute ammissibili.
Inoltre, sono escluse quelle che svolgono in via prevalente attività di agenzia o consulenza.
Per chi è già iscritto al registro, non scatterà l’espulsione immediata: ci sarà tempo fino alla prossima dichiarazione annuale per mettersi in regola.
La sfida della permanenza
La durata ordinaria resta di tre anni, ma da qui in avanti la vera prova comincia dopo:
- chi investe almeno il 25% in ricerca e sviluppo o ottiene un brevetto registrato può restare fino a cinque anni;
- chi cresce ancora di più, ad esempio raddoppiando i ricavi in un anno o attirando un aumento di capitale da oltre un milione di euro, può spingersi fino a nove anni complessivi.
Insomma, il messaggio è: la start-up deve trasformarsi in scale-up, oppure lasciare il posto.
Le tempistiche
Qui la circolare è molto precisa.
Le nuove iscritte dal 18 dicembre 2024 hanno 30 giorni dall’approvazione del bilancio del terzo esercizio (e non oltre il 31 luglio) per confermare i requisiti: chi non lo fa viene cancellato senza appello.
Le iscritte prima del 18 dicembre 2024 godono di un periodo transitorio: 6 mesi per le più “giovani”, 12 mesi per quelle da più di 18 mesi. Scaduti i termini, la cancellazione è automatica. Secondo i dati ufficiali, oltre 800 start-up risultano già oltre i 60 mesi dalla costituzione: di queste, 584 saranno rimosse d’ufficio.
Pro e contro delle nuove regole
Pro:
- Maggiore selezione: lo status di start-up innovativa torna ad avere un peso reale, legato a ricerca e tecnologia;
- Stop agli abusi: si chiude la porta a imprese di consulenza o agenzia che usavano impropriamente i benefici;
- Incentivo alla crescita: gli step progressivi (3, 5 e 9 anni) spingono le imprese a diventare scale-up.
Contro:
- Più burocrazia: tra autocertificazioni, bilanci e scadenze strette, il rischio è di soffocare le micro-imprese con adempimenti complessi;
- Settori penalizzati;
- Effetto “taglio secco”: centinaia di imprese già iscritte verranno cancellate d’ufficio, con l’incognita di quante riusciranno a migrare tra le Pmi innovative.
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Uno scenario in evoluzione
Le nuove regole alzano l’asticella: per rimanere start-up innovativa non basta un’idea o una buona narrativa, servono fatti, investimenti e risultati.
Se da un lato ciò potrà ridurre drasticamente il numero di imprese nel registro speciale, dall’altro potrebbe rafforzare la credibilità del sistema italiano di sostegno all’innovazione, oggi spesso accusato di essere troppo “di facciata”.
Il banco di prova sarà nei prossimi mesi, quando centinaia di start-up dovranno decidere se accelerare la crescita o abbandonare il titolo di “innovativa”.
a cura di Centro Studi Ransomtax
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